mercoledì 17 maggio 2017

lunedì 17 aprile 2017

Due interventi di Neri Pollastri sulla recente produzione

Il buon Neri Pollastri, filosofo performativo e amabile scrittore di jazz e jazzisti dedica alla mia persona una lunga intervista ed un'analisi di molti miei lavori comparsi su bandcamp ed una bella recensione e analisi di Bushido.

Trovate il tutto qui

https://www.allaboutjazz.com/marco-colonna-improvvisatore-prolifico-by-neri-pollastri.php

e qui

https://www.allaboutjazz.com/marco-colonna-improvvisatore-prolifico-by-neri-pollastri.php

Grazie
Marco Colonna

sabato 15 aprile 2017

Perchè Rahsaan....Black Inventions : Root Strata

Sono molti mesi che diserto questo spazio. Vuoi perchè lo scrivere è cosa che diviene necessità solo in alcuni momenti, vuoi perchè il dramma dei social è quello di attrarre tempo ed attenzione privandone spazi ben più meditativi. E forse si avvicina il momento del Seppuku virtuale.
Non avrà il senso e la potenza di quello di Mishima (che non fu virtuale...ma realissimo), ma matura in me l'idea per cui quello che era un assoluto strumento di eversione sia diventato la casa per la conservazione. Tutti i contenuti sono vincolati agli algoritmi, tutti i contenuti sono vincolati ad una censura che limita i fruitori degli stessi. Vale sempre che se postassi foto di teneri felini avrei dieci volte i contatti di quando posto contenuti importanti e che potrebbero far scaturire delle reazioni.
Anche la solitudine di certi luoghi mi spaventa. Nel nostro desiderio di comunicare abbassiamo la guardia ed entriamo in competizione, alimentiamo l'invidia smettiamo improvvisamente di essere umani, ci trasformiamo in bestie virtuali, assetate di confessioni private, di scampoli di vita altrui di relazioni superficiali e quasi sempre ammantate da una grande falsità. Ed in cambio di questa finta relazionabilità abbiamo il controllo, la coercizione, la guida. E se pur a malincuore, gli spot della colonna a destra di Facebook, testimoniano momenti del nostro essere consumatori, in qualche modo ci identificano, ci analizzano e ,scusate la ripetizione, ci controllano.
Questo preambolo per affrontare l'analisi di un lavoro di Roland Kirk, che mi appare estremamente calzante al discorso. I media hanno costruito intorno alla figura di Kirk un generoso ambiente di grottesco, riducendo molti dei suoi lavori a coreografie musicalmente superficiali.
Scoprire nei meandri del suo lavoro questo disco : BLACK INVENTIONS : ROOT STRATA significa rimettere i valori al loro posto.



 


Un album in solitaria per uno dei grandi inventori del suono moderno, portato all'estrema conseguenza del lavoro con più strumenti contemporaneamente, accompagnato in alcuni brani dalle sole percussioni, un disco in solo che si trasforma in archetipo della leggenda afro americana.
Sicuramente un lavoro che anticipa il Julius Hemphill di Dogon A.D. e di molta della produzione dell'Art Ensemble of Chicago con la grande differenza che le intuizioni erano spirituali prima che intellettuali. Trasformarsi nella storia del proprio popolo, officiando un rito metropolitano da one man band, da parte di un artista cieco (ma visionario) , virtuoso in una maniera unica in cui l'africa, il blues, le melodie klezmer, le danze popolari, la musica classica vengono mescolate in una sorta di vocabolario delle comunità americane in lotta per l'affermazione della propria identità.
Il tutto fatto al respiro dell'uomo, fuori da ogni contesto possibile del tempo, in anni in cui il mercato spingeva per ampliare il pubblico attraverso esperimenti elettrici, in cui molta della produzione era frutto di un' ibridazione commerciale.
In questi giorni insieme al maestro Eugenio Colombo e al mio amabile sodale (ma maestro anche lui) Ettore Fioravanti stiamo lavorando ad un progetto dedicato a Kirk. E' venuto spontaneo ricercare nelle trame della sua musica l'essenza del pensiero, l'assoluta indipendenza di azione e bagnarsi al mare del suono , delle intuizioni, della forza comunicativa ...Quello che ne stiamo avendo indietro è la percezione che dentro la musica di Rahsaan Roland Kirk ci sia una chiave per interpretare la realtà musicale che ci circonda. In un momento in cui remare contro è sempre difficile, e in cui resistere si fa sempre più oggetto di ricerche cabalistiche, pensare di poter creare una musica che abbia lo spirito guida di chi in sè ha sintetizzato ogni melodia, ogni eco passasse vicino a lui ci rende forti, e sicuri di una proposta che ha questi intenti. La religione dei sogni di Kirk è spiritualmente ciò che i Coltrane Changes sono armonicamente , che l'histoire du soldat  è per la poesia in musica, che Basquiat è per il colore. A questa religione ci appelliamo. A questo sentire insieme che facciamo riferimento. Fuori dalla competizione e fuori dall'immagine..Fuori da questo tempo. In altri modi, con altre volontà.
L'invito è di scoprire o riscoprire Roland Kirk a quarant'anni dalla sua morte. Attraverso i suoi dischi e chiudere gli occhi e abbandonarsi al suono per capire un pò di più di noi stessi.
Marco Colonna

sabato 12 novembre 2016

Good Morning, Amerika!!!!!


Non capisco.
Veramente si pensa che Trump sia così importante?
Tanto importante da far reagire gli artisti americani in modo da mandare comunicazioni su quanto sia importante l'arte  per educare, scuotere e coltivare coscienze?
Ma veramente ci arrivate ora???
Noi siamo un laboratorio sociale, parlo dell'Italia ovviamente, e non ci rendiamo conto che il nostro è un esperimento che è arrivato al livello 2.0...Governati senza elezione da una mimesi perfetta di Berlusconi, ma uscito dal suo contrario democratico. Ovvero il nemico cambia forma e sostanza, in maniera strategicamente eccellente. E noi siamo qui ad arrancare. Siamo qui a cercare di capire dove e come difenderci, se partecipare o non partecipare più, a quale livello farlo e come.
Disillusi, piallati nelle emozioni, cresciamo figli competitivi o completamente abulici. E lo facciamo dopo un ventennio berlusconiano, e continuiamo a farlo e lo faremo. Abbiamo destituito gli intellettuali, li abbiamo relegati ad icone pre devastazione..
Abbiamo reso Pasolini un immaginetta pensosa in bianco e nero mentre le sue parole ancora bruciano sui suoi libri ed i suoi pensieri ancora raccontano del domani attraverso i suoi film.
Utilizziamo il linguaggio come se fosse uno strumento arido ed esaurito nelle sue possibilità.
La poesia riamane confinata nei foglietti dei nostri autoctoni biscotti della fortuna.
Cari amici d'oltreoceano lo abbiamo fatto anche grazie alla cultura che voi esportate, e che noi acquistiamo a scatola chiusa. Non vi ponete il problema etico di consumare la maggior parte delle risorse economiche delle nostre attività, non vi ponete il problema della vostra politica estera, non vi ponete il problema di rendere il vostro linguaggio capace di parlare a tutti. Non vi ponete neanche la prospettiva di comprendere come si sia arrivati ad avere un conflitto perenne e devastante nel medio oriente oramai da 25 anni. Vi siete convinti e avete convinto il Mondo che voi siete capaci di esportare democrazia, la stessa democrazia che ha portato Trump alla casa bianca.
Esattamente quel modello di democrazia che è il nemico.
Possiamo scegliere se siamo in grado di comprendere. Possiamo cambiare se siamo in grado di immaginare.
Allora cominciamo dall'inizio.
E, per favore, non scomodiamo massimi sistemi e teorie dell'arte rivoluzionaria. L'arte lo è per definizione. Non ha bisogno della vostra retorica la nostra resistenza. Ma di energie e sinergie. Prospettive e mondi nuovi.
E non temete Trump...
Per esperienza,
questo è solo l'inizio.

Marco Colonna

sabato 29 ottobre 2016

RUMORE CHE SA DI CASA- Carlo Actis Dato Enzo Rocco Noise of the Neighbours

Partendo dal presupposto che trovare su bandcamp un lavoro di questo duo è una gioia e un segno che in questi tempi il disco è un bene assolutamente marginale e che la musica trova il suo spazio di condivisione, mi trovo a voler scrivere di due musicisti che  avrebbero bisogno di maggiore riconoscimento generale.
Nel caso di Carlo Actis Dato mi sembra una delle peggiori considerazioni in assoluto per un musicista che generazionalmente e per quantità (e qualità) di produzioni andrebbe considerato e valutato come uno dei maestri italiani della musica improvvisata. La sintesi portata avanti negli anni fra popolare, popolaresco, free, teatro, danza, africa e balcani lo rende unico e sicuramente la sua è una proposta capace di solleticare alcune considerazioni sull'identità culturale che ci troviamo a maneggiare. Porre il problema dei materiali utilizzabili lo rende sicuramente uno dei più europei ed iconoclasti fra gli improvvisatori. Non tralasciando l'imperiosità del suono del suo baritono, e la mobilità espressiva ,quasi ayleriana, del suo clarinetto basso.
Originale, potente e coerentissimo. Un monito, un esempio.
Enzo Rocco è chitarrista originale, dal suono peculiare e dalle profonde capacità espressive. Perfettamente calato nelle atmosfere del duo, riesce a rendere questo duo mobile, leggero quasi. L'ironia e la sua capacità di essere propulsione e gioco fanno anche in questo caso la differenza. Ancora una volta l'originalità, il giocare fuori dalle regole sistemiche, folletto in cui rock, jazz, folk si sintetizzano senza presunzione, ma con la necessità di comunicare e alleggerire qualcosa che leggero non è. La presenza di un valore culturale nella musica che viene espletato attraverso simboli e iconografie sonore che raccontano del nostro mediterraneo, dei nostri spazi. Lo scontro fra una popolarità senza riflessioni ed un mare di culture in movimento.
E questo lavoro segna ancora una volta una necessità. Quella di raccontare la propria partecipazione, il proprio vedersi all'interno di un cambiamento. In cui emozione e lavoro non è per forza sinonimo di dolore e annichilimento. Ma, nelle trame di questo disco, emerge nella sua ironia, nel suo essere "teatrale" e ironizzabile in maniera seria . Insomma un messaggio da cogliere e un'arma in più da aggiungere per la nostra battaglia per resistere.

Marco Colonna

https://enzorocco.bandcamp.com/album/noise-from-the-neighbours
Il disco esiste anche fisicamente qui


http://www.setoladimaiale.net/catalogue/view/SM3160

giovedì 22 settembre 2016

IN APNEA





Torno a scrivere, dopo una pausa lunga in cui lo scrivere non era certo la cosa che più cercavo. Condivido con voi l'esperimento di  scrivere mentre ascolto un lavoro di quattro musicisti che conosco bene. Fred Casaderi , Stefano Giust, Luciano Caruso e Ivan Pilat.
Il titolo del disco mi ha suggerito questa sorta di esperimento, e vuoi per sottoscrivere la non recensione e vuoi perchè così mi obbligo ad ascoltare intensamente e chiudere di fuori il Mondo che mai come ora non sembra essere molto educato.
L'archettato di Fred apre il disco , che meraviglia di suono che ha quel ragazzo...Immagino la terra riarsa dal sole, quasi polverosa fra le sue corde...Subito la batteria dichiara una mobilità estrema, con attacco decisivo e perentorio, che crea la struttura su cui poi compare prima il soprano di Caruso seguito come ombra inquietante dal baritono di Ivan Pilat. Ha una caratteristica acquatica questa apertura, tesa ma mobile, si infrange sulle rocce del pizzicato di Casadei che spinge l'intensità in alto, trasforma il brano in un urbana improvvisazione che si squarcia nel solo del baritono. La batteria continua a pulsare mobile e frenetica, ma ancorata al beat come se fosse un respiro necessario.
Il contrabbasso richiama ordine con un ostinato a bicordi...e l'aria entra nel brano invocando quiete, e da questa quiete che scaturiscono i fraseggi di Luciano Caruso, mantenendo angolarità raccolta dalle bacchette di Giust. Si agglomera l'energia sotto il leading del soprano. Lo slap tongue del baritono entra in collisione con la batteria e la cavata del contrabbasso è polo di attrazione forte a cui tutti tentano di resistere, fino ad un sipario in duo dei fiati . In cui multifonici e voce aprono lo spazio per il contrabbasso che si è trasformato in bendhir e i piatti di Giust creano ancora una volta lo spazio di una transizione verso il colpo finale di gong.
Gong che apre il secondo brano come se non ci fosse interruzione (e probabilmente non c'è stata) ...Tutto il mediterraneo di Fred Casadei compare sulla scena con il bordone grave lasciato risuonare e le melodie disegnano volute arcaiche. Rimane solo a cantare....E come specchi i piatti entrano nello spazio sonoro. Il soprano trasforma l'intuizione del contrabbasso spostando tutto su interpolazioni lontanissime dal messaggio iniziale. Quasi come in una lotta contrabbasso e soprano avanzano a ricercare una sintesi. Questo movimento monta di energia e tensione grazie alla batteria che divide frammenta polverizza il tempo. Ci siamo allontanati dal mediterraneo direi...siamo arrivati più alle esplorazioni di una certa cultura americana. Non c'è energia antica, ma ricerca di una soluzione. Vociferano  i quattro a lle prese con uno sghembo walkin' di basso....La soluzione è di nuovo la stasi...l'ostinato del basso, la batteria che allarga le sue divisioni, il soprano che getta note lunghe a richiamare anche il baritono....E all'improvviso ci si ritrova in una stanza dei giocattoli, dove il tempo assume una dimensione quasi grottesca ed il baritono con i suoi scoppiettìi e alterazioni timbriche è al centro della scena....IL grottesco diviene inquietudine...Ribattuti arano il suono...Gli armonici del contrabbasso sprofondano e risalgono verso l'aria. Di nuovo la batteria costruisce la rete in cui cercare di definire il tutto...Finisce con un fade out...
Sono i due fiati ad aprire la scena del terzo brano. Insistenza del soprano su intervalli ampli sui tremoli del baritono. Insieme la ritmica entra e trasforma tutto in una rutilante macchina il cui movimento mi fa pensare alle navi volanti di Myazaki. Un meccanismo magico, rumoristico e affascinante. I timbri della batteria risuonano di armonici e di metalli che emergono dal suono delle pelli, del rullante senza cordiera, il contrabbasso anima lo spazio e dopo un intervento del baritono ecco che rimangono da soli. Ma la batteria questa volta canta. Sembra un Gamelan passato alla pressa, e ancora una volta angoli di melodie vengono proposti dal soprano. Troppo forte la distanza fra i due, cede la batteria...Che apre sui piatti e flirta con i bicordi del contrabbasso, compare un movimento armonico, due poli che risolvono sulle singole note gravi. Il soprano si è preso la scena. Quanto controllo delle idee...Il suono è plastico, seguendo percorsi a crome immaginarie. Melodicamente c'è un profondo lavoro di variazione di una matrice, che cambia quando la batteria lo stimola all'imitazione, ma torna dichiarando la necessità di affermare , di dire cosa si è. Immagino che i vari brani appartengano ad un unica seduta di improvvisazione. I materiali sono simili nello scorrere del tempo. Ma adesso che entra il baritono di nuovo si ha l'impressione di energia di una tensione verso l'alto (non spiritualmente, ma proprio come un indicatore v meter quando schizza verso il rosso) Il baritono raccoglie l'energia e accumula frenesia e suono lacerante. Effetto deja vu...Ho già ascoltato questa situazione.....Ma so che improvvisare necessita schemi di architettura.. Voluti o no , cercati o meno, compaiono a definire la musica stessa. E creano quel valore, quella chiave di accessibilità, basata sul riconoscimento psicologico del suono. Si è aperta la quarta traccia sulle ceneri della precedente. Qui il contrabbasso spinge potentemente verso un walkin' e la batteria frammenta mentre il soprano evolve le idee precedenti. Frammenti di pentatoniche nella melodia improvvisata dal soprano. Che prende con autorità il suo spazio. Il contrabbasso è diventato quasi cavalcante. Quasi si riconosce Solar fra i fraseggi del soprano, e quasi frammenti di giri armonici, intervalli sepolti nella memoria. Rimangono in duo il soprano e la batteria. Di nuovo si accende una battaglia fra le due idee proposte. C'è assolutamente comunione ora, lo sviluppo è compiuto. Il senso di costruzione dei tamburi, la variazione continua di accenti e posizione delle figure. Quasi come un ombra compare anche Monk nelle note del soprano per il capitolare del pezzo.
Ultima traccia, la quinta, che si apre con il contrabbasso di Fred Casadei.Qui il suo modo di articolare le note è jazz...mi ricorda gli interludi di A LOVE SUPREME. Che bello sentire qualcuno che tossisce!!! Adoro le registrazioni fatte per la musica, che non hanno bisogno di un suono di plastica e perfetto per comunicare quello che sono....Di nuovo trio, con il soprano lead. L'acquaticità ritorna . E di nuovo il rigore della variazione. Del soprano della batteria...più aereo il contrabbasso che propone, si ritira, avanza e si ritrae, pronto a raccogliere i segnali lasciati dagli altri due.
Rimangono in trio a a costruire e a far impennare la pressione sonora...ma improvvisamente c'è un alternanza. Il soprano si ritira e lasca spazio al baritono che non fa mancare il suo grido lacerato. Che innesca la batteria...E' un crescendo emozionante di alcuni minuti gestito con capacità...Il contrabbasso che aveva declinato aprendo ritmicamente ed in questo modo costruendo una cornice ampia catalizza l'attenzione degli altri e diviene da cornice colonna vertebrale del brano. Quasi liquefatto il suono avanza e rallenta, diminuisce di dinamica fino all'ultimo colpo, sul piatto, plastico e risolutivo.
Finisce così l'ascolto.
Un momento fermato per l'ascolto. E alla fine mi viene da pensare ad una frase del poeta Alberto Masala che mi riporta al titolo del disco.
NON COLTIVIAMO UN SOGNO.....IN APNEA LO SIAMO

giovedì 28 luglio 2016

In Cammino con Arte : l'arte e la sensibilità di Valentino Grassi



Vengo da una settimana fatta di alberi e fiori. Miele e temporali estivi. Di aria umida e terra fertile, di edifici costruiti da pietre e muri edificati sulle persone. Di suonate al confine fra cielo e terra e in abbazie di mille anni. Alberi secolari e arte contemporanea, urgenza di comunicare un ruolo umano di sintesi e abbraccio, un ruolo di coscienza e resistenza alla barbarie che annienta e annichilisce l'umanità e privilegia il motto Homo Homini Lupus, un momento di riflessione quindi su i percorsi che sia la soicalità, sia l'arte deve compiere per poter incidere il presente e supportare così le istanze di cambiamento e lotta che ci sono e sopravvivono malgrado tutto.
Tutto questo grazie alle cure di Valentino Grassi, personaggio unico e ben noto in Toscana con le sue cartoline con pensieri volanti che trafiggono il cuore, la sua sensibilità fatta di contatto e forza, la sua opera fatta di simboli che usano elementi a volte semplici e di uso comune, per poi scatenarsi in significati che trascendono l'ovvio, ma ne indagano la radice, la valenza assoluta.
Valentino è un caro amico, ospite premuroso e conversatore profondo. Da un'apparente semplicità analizza e sente il Mondo come pochi altri. Il suo percorso artistico e di vita è in ovviamente (visto i presupposti) particolarmente in salita. Ma la sua opera è degna di riflessione. I suoi Ok, il suo pollice all'insù, il suo sorriso e le sue lacrime di emozione, la sua pelle d'oca e la sua presenza nella collettività e nel territorio che è la sua casa, fanno di lui un resistente incredibile, monito per noi, e soprattutto ci interroga su cosa sia l'arte e quale la sua urgenza.
I simboli ed i significati che Valentino nasconde nelle sue opere sono universali, il rigore delle scelte e la propensione all'eversività fanno di lui un rivoluzionario. E gli elementi della Natura sono sintomo di una relazione profonda con la sua musa ispiratrice. Zucche, semi, gusci d'uovo, fagioli, fiori sono linee astratte su cui costruire nuovi percorsi. Percorsi di Luce amerebbe dire lui, che abbracciano gli uomini per aiutarli nel cammino emozionale che li contraddistingue.
Valentino si trova a Carmignano. E la sua porta è sempre socchiusa. La sua tavola non manca di cibo e vino con una storia e le sue opere sono lì a raccontare la loro storia.
Valentino lotta con il Parkinson dal 2009...E ritiene la diagnosi uno dei momenti più positivi della sua vita. "Finalmente avevo una risposta, potevo essere più forte. Così era come essere in due a lottare" .
Ho imparato molto da questi giorni, e ho imparato molto da Valentino Grassi. Del perchè resistiamo, del come lo facciamo, delle scelte che operiamo nella nostra vita e a quali valori fare riferimento.
Siate curiosi dei sui progetti. In Cammino con Arte è il grande contenitore in cui si racchiudono mostre, performance, concerti, installazioni, poesie, reportage, e quant'altro possa comunicare con arte la grande lezione della VITA.

Marco Colonna