venerdì 12 febbraio 2016

Francesco Cusa e l'epopea del ritmo in Italia

Una nota veloce, in questo atlante per non rischiare di vederlo abbandonato già fin dai suoi vagiti.
Mi sembra doveroso parlare di Francesco Cusa.
In primis perchè rappresenta un'eccellenza italiana, culturale e musicale tout court.
Perchè è persona colta, curiosa, dalle polimorfiche necessità espressive, che nel tempo si sono focalizzate sulla pubblicazione di libri, e di numerosi dischi.
Poi perchè da anni è alla testa di un collettivo come Improvvisatore Involontario che è una delle fornaci più interessanti di contenuti musicali altri. Oltre il fatto che è un laboratorio permanente dove anche le strategie di diffusione e comunicazione sono sottoposte ad analisi ed indirizzate verso direzione che ne garantiscano la maggiore funzionalità. Cosa questa che non è comune a tutte le compagini autorganizzate...Ho ascoltato recentemente il suo disco LOVE.
E mi è venuto da pensare come finalmente in Italia si comincia ad analizzare il ritmo secondo prospettive realmente analitiche e coscienti.  Siamo stati un motore della musica da film, soprattutto negli anni in cui il Funk era lo scenario musicale principale di ogni ambientazione. Ma incredibilmente le compagini jazzistiche si sono ancorate ad una interpretazione del tempo e del beat oniricamente anni cinquanta.
Quello che ascolto mi piace, perchè è una contestualizzazione mediterranea della lezione del grande riformatore del ritmo e del suo impiego jazzistico , ovvero Steve Coleman. La mia mente è andata direttamente a quel disco di Coleman che corrisponde al nome di Finctional Arythmias. La formazione simile (hammond al posto del basso nel caso di Cusa) ed un piglio metrico simile getta un ponte su sintesi distanti ma realmente contemporanee. Non a caso il disco di Coleman nasce dopo l'incontro dello stesso con Milford Graves. Come dire che esiste un punto in cui il linguaggio si fa portatore di storia. Anche il più evoluto e volutamente algido si trasforma in una piattaforma di riflessione sul passato e sulle emozioni. E nel disco di Francesco Cusa questo è evidente, al di fuori di ogni necessità stilistica, è un disco di linguaggio italiano oggi. Tecnicamente ineccepibile, e superiore per molti versi a tante delle produzioni contemporanee che vengono da oltre oceano.
Identità nella trasformazione. Sembra essere il motto della musica di Francesco.
Suono meraviglioso, spinto (anche esageratamente nella prima track...) e chiarezza di intenti che tende al cristallino.

Gran lavoro. Che segnala insieme ai lavori di Piero Bittolo Bon, XY quartet, e numerosi altri, come la vitalità nostrana prenda e trasformi in maniera personalissima la lezione del ritmo nella contemporaneità jazzistica.
FINALMENTE

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