mercoledì 2 marzo 2016

L'arte non può parlare di libertà deve invece parlare di liberazione ALBERTO MASALA


L'arte non può parlare di libertà deve invece parlare di liberazione… Vent’anni. Tanti ne sono passati dal primo dialogo. Con Alessandro Giammei e Marzia D'Amico posso ormai tentare di trarre delle parziali deduzioni. Già dal 1992, nell'incontro con Luca Panzavolta, e poi nel 2002 con Antonio Barocci, ci mettevamo l’obiettivo di portare il discorso all’essenziale perché potesse fornire stimoli di consapevolezza per i più giovani, soprattutto quelli che agiscono in ambito artistico. Le domande di allora restano immutate: perché si fa arte, a che serve, a chi serve. Lungi dal dare soluzioni con la mia esperienza personale, credo però di aver aperto dei punti di discussione necessari. Dunque: è possibile smuovere la coscienza del gesto artistico, interrogarsi sui meccanismi che lo condizionano, rendere discutibili i processi, spostare il punto di vista? Un dato necessario al lettore è non dimenticare che io non sono un filosofo, ma un poeta, cioè uno che ha scelto la pratica dell'arte come metodo dello spirito per poter coltivare ciò che fonda una possibile presenza nel mondo: le tensioni di liberazione, autonomia, bellezza… perché restare umani sia l'obiettivo che guida la direzione di ogni scelta ed etico resti il paradigma di ogni gesto. Governare il difficile rapporto con l'Ego mentre si è credibili socialmente nella propria pratica di dissidenza, testimoniare autonomia interiore… questo è il compito più difficile dell’artista. Ma anche il più necessario affinché non si resti vittima funzionale e manovrata dal meccanismo stesso. La marginalità viene dipinta come fastidioso gradino di passaggio per arrivare poi al successo. Ma gli artisti veri non sono mai “marginali”. Saper restare al bordo dello sciame, romperne la regola matematica, saltarne i confini contaminando viralmente anche l'oltre, richiede grande tecnica e consapevolezza. Una fortuna che mi assiste in questa condizione è sapere di essere un Indio, un Nativo appartenente a una cultura millenaria. Tutti gli esseri umani lo sono, senza dubbi, ma io, avendo la sorte di essere nato Sardo, sono facilitato nel riconoscere le matrici di molti miei comportamenti. Sono dotato di una lingua ‘altra’ ed ho un metro del mondo che non prescinde mai dalla mia insularità congenita: provengo da una terra riconoscibile che ha confini certi. Ogni mio spostamento nel mondo può avvenire solo se valico questi confini… e lo posso fare se sono dotato di un’adeguata attrezzatura psicologica. Per l'isolano ogni trasferimento verso la terraferma diviene il vero passaggio di una barriera reale, tangibile. Nel poter concretamente riconoscere e affrontare la barriera sta il vantaggio: sapere che c'è sempre un oltre, un distacco e il salto, sono condizioni necessarie a cui veniamo inconsciamente addestrati fin dalla nascita. In più, la consapevolezza dell'Indio è anche il metro necessario per convivere armonicamente su ogni terra e con i suoi abitanti… è da sperare che ognuno, in ogni contesto, ne acquisisca i parametri così da formare una coscienza individuale e collettiva non prevaricatrice. E queste parole già contengono Utopia. Vengo da una generazione post-bellica. Abbiamo visto i nostri genitori ricostruire dal nulla e consolidare lentamente le loro piccole conquiste sociali. Guardavano avanti, ma sempre con uno sguardo prudente e timoroso – ancora atterrito dall’esperienza della dittatura e della guerra – che non ci bastava. Abbiamo inventato un altro sguardo, visionario, più rapido ed esigente, irriducibile e altrettanto tenace, ma nella direzione dei sogni, dell'oltre, dello sconosciuto. Eravamo dei Desideranti, dei coltivatori di Utopia. E producevamo un’Epica del Desiderio. La psicologia necessaria a questa pratica genera un pensiero che, per poter ampliare la conoscenza e la coscienza, necessita di progettare rapportandosi nello Spazio inteso come categoria fondamentale nell'approccio col reale. Creare spazio, estenderlo e difenderlo dalle restrizioni era il nostro indiscutibile quotidiano che dava origine a progetti collettivi, universali. Così negli anni successivi siamo stati puniti, incorrendo in una sanguinosa restaurazione. Qui non voglio rievocare, ricostruire storicamente, ma solo ricordare quante e quali energie siano state spente con le strategie dell’eroina e della tensione. Anni di Piombo, di dolore senza catarsi, che hanno lasciato ombre inconsolate. Attraverso questo che possiamo chiamare un vero e proprio genocidio generazionale, si è giunti oggi alla generazione degli Aspettanti. A quella precedente, per decadimenti progressivi e apparentemente ineluttabili, si è sostituita una nuova Epica delle Merci. Possedere, apparire, arrivare, sono diventati i paradigmi dell'azione che, da collettiva, si è ridotta a progetto personale, ad aspettativa individuale. Così la categoria del Pensiero ha ceduto forza a vantaggio di quella dello Sguardo. La volontà individuale, bulimica e paradossalmente retinica, è oggi misurabile in pixels. Ma l'aspetto più drammatico è la restrizione della prospettiva verso l'individualismo che, riformulati i parametri dell'approccio col reale, ha cominciato a riprodursi acriticamente nelle condizioni imposte dal Sistema. In una società così debilitata, ecco morire l'Utopia dello Spazio e risorgere il Tempo come percezione e parametro esistenziale. Ecco il Tempo imporsi su di noi con tutta la sua angoscia rinnovata. Questa società, nella migliore delle ipotesi, è in grado soltanto di produrre incredibili giustificazioni per la sua marcia inarrestata che procede verso la distopia, la società indesiderabile dell'immaginazione letteraria e cinematografica. Ciò che appariva fantascientifico diventa concreta previsione del reale. L'Utopia resta, ma, rovesciata come Hitler rovesciò la svastica, viene utilizzata soltanto da coloro a cui è ancora permessa: il Sistema di Controllo che costruirà maglie sempre più oppressive e totalitarie. Viviamo in epoca di crisi finale del progetto capitalista. L’imperialismo ha impiegato un secolo per raggiun- gere la sua metastasi e sta causando drammi irreparabili, genocidi, conflitti etnici, guerre mascherate con ridicole quanto insostenibili ipotesi ‘civilizzatrici’. Ovunque vengono progressivamente abbattuti i parametri dei diritti sul lavoro e sul welfare. Ma intanto la coscienza ambientalista e anticolonialista procede dal basso e si ricomincia a parlare di dignità. Il pensiero della decrescita avanza nelle coscienze man mano che si propagano gli effetti del fallimento della crescita, l'implosione dell'apparente infinità dell’evoluzione dei consumi. La domanda, ampliata in modo esponenziale, ha raggiunto la saturazione esprimendo merce il cui costo principale, come già dicevo, è quello dell’induzione di massa all’acquisto, la creazione del bisogno, la promozione della merce stessa. L'arte intanto viene utilmente ricondotta a “spettacolo” funzionale al consenso dando così ragioni per ripensare alle analisi di Debord, Benjamin, Foucault. E quando, come diceva appunto Debord, «il sogno diventa sonno», non si sente più parlare di progetti collettivi di pensiero, anzi, si osserva sempre più diffusamente il crescere di una sorta di neo-manierismo superficialmente emozionale e profondamente egotico, mentre gli artisti lavorano come non mai alla costruzione della propria carriera personale. In questo impoverimento delle fonti, e seguendo la stessa direzione dell'industria, anche l'arte investe nella propria apparenza: il marketing diventa paradigma rendendo simulacro l'oggetto che vede così ridotta la propria capacità storica, ovvero la possibilità di sostanziare utilità e pensiero durevoli. E mentre fino agli anni ’80 l'arte immateriale di Flu- xus e Beuys rappresentava una forma di resistenza del pensiero, una barriera alla mercificazione dell'opera, oggi è la società che, diventando essa stessa immateriale, ha ugualmente superato l’oggetto, ma per adottarne la rappresentazione simbolica, il fenomeno svuotato di pensiero: dalla sostanza all’evidenza, dall’interiorità alla forma e al suo possesso. Il prodotto artistico può ancora più agevolmente confortare il Sistema, non producendo altro che uno shock (Benjamin), ma di sempre minore durata e maggiore prevedibilità, in cui la vera qualità dell’opera è la fruttuosa gestione economica e mediatica dello scandalo: far esplodere tutto nell’apparenza per non spostare mai niente nella realtà. Lo psicodramma è in atto. Agli artisti viene assegnato il compito di testimoniare una libertà fittizia, nella realtà duramente negata. È concessa perfino la facoltà di interpretare in maniera esorcizzante le peggiori pulsioni della società. Tutto è possibile, purché confinato nella decorativa sfera della rappresentazione. Un’arte inoffensiva e ben governabile, utile a confermare lo status quo del potere, ulteriormente rianimato dal rinnovato carisma degli apparati istituzionali. I Musei, gli Eventi, i circenses operano nella castrazione di ogni spinta non omologata, nel silenzio di una critica sociale e culturale (quella più coraggiosa è diventata rara e spesso forzata all’invisibilità), hanno buon gioco nel formare l'utentemodello: intimorito, indotto alla passività, allo sguardo irresponsabile, inebetito nella contemplazione del feticcio, distratto dalla vorticosa sovraesposizione agli stimoli. All’eccesso di visualità si risponde con un'accre- sciuta incapacità di vedere. È l'ascesa del regno del Virtuale sostenuto dall’affermazione dello zapping-pensiero. Sto ovviamente parlando dell’arte che viene ammessa alla visibilità e che può tollerare anche fenomeni divergenti, purché provenienti da lontane aree geografiche. Anzi, se restano concettualmente e geograficamente distanti nella loro collocazione di denuncia, servono, loro malgrado, a rassicurare il Moralismo Occidentale nel giudizio su altri sistemi di vita. L'opera critica nata in Iran o in Cina, sebbene dimostri grande forza espressiva, giusti contenuti, onestà intellettuale… una volta immessa nel mercato serve a confortare The Western Civilization. E le dissidenze nate in loco? Qualora acquistassero – per loro esclusivo merito – spessore e visibilità mediatica, vengono invece inglobate, come da sempre, col meccanismo ben oliato della gloria e della fama. E solo pochi infine resistono: i più per ideologia romantica, alcuni per consapevolezza etica o politica. In parallelo, nella società, la dipendenza dal bisogno acquista un'estensione ipertrofica pur smascherata continuamente dalla propria matrice simulativa. E nella vita irrompe la rappresentazione della vita in dolorosa e tangibile discordanza con la vita reale: emergono i bisogni concreti delle persone, ridotte in una povertà sempre più estesa e capillare, ma che continuano ad assumere la cultura di rutilanti modelli televisivi di successo e apparenza. Immigrati che arrivano a ondate per l'impoverimento causato dalle nostre politiche economiche di sfruttamen- to coloniale, profughi che fuggono da guerre e genocidi, homeless, diversi… e poi le catastrofi, quelle di origine umana e quelle naturali, da noi stessi provocate per un cattivo uso del territorio… tutto questo costituisce un fastidioso disturbo visivo al programma diffuso dal Sistema di Controllo Sociale. Complicanti fenomeni da occultare e respingere. È così che diviene feroce la difesa del privilegio nel teatro dell'Apparenza. La Pedagogia del Sistema agisce formando individui ad esso funzionali, educati secondo regole morali e ideologiche. È la costituzione artificialmente forzata dell'identità che viene proposta dai sistemi. Ormai sono gli stessi governanti a proporre un disegno egoico sostenendo l’idea dell'amministrazione della cosa pubblica secondo il modello dell’impresa privata, del profitto. Come se il godimento dei diritti e del welfare fossero un costo, un peso, un fastidio da eliminare. In queste condizioni, unica forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista dell’autonomia interiore a partire da noi stessi. Spogliarsi dei modelli ideologici, inevitabilmente carichi di forme apparenti, per praticare modelli etici: l’arte è chiamata a questa funzione per potersi dimettere da una forzata condizione di funzionalità pedagogica, di rigenerazione dei Sistemi. Detto in parole semplici: l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione. Banale dire che è l'uso che si fa delle parole e non la vuota pronuncia di esse a connotarle nel reale: la parola libertà non porterebbe in sé valenze negative, ma viene appesantita nel momento stesso in cui la si proclama come principio morale. A quel punto si carica di ideologia vuota e opaca e impedisce artatamente l'approccio alla realtà. Come già dicevo fin dalla prima intervista (1992), ci è possibile soltanto coltivare la direzione, la tensione verso le cose. Ma ogni tensione, per agganciarsi allo spirito di chi la trasporta e la testimonia, deve affrancarsi da ciò che la irrigidisce: il dogma della visione morale che sempre deriva da un potere che detta le regole morali per garantirsi la propria perpetuazione. L’esempio più aderente ed esplicativo di questa attitudine è l’assegnazione aprioristica di un valore spirituale come il battesimo cristiano. Avviene quando l’individuo ancora non può esercitare il libero arbitrio, la scelta. Viene imposto ereditariamente e determina l’acquisizione incancellabile di un’identità. E non a caso qui si parla di identità. Mi riferisco a quella condizione di sterile immobilità, definitiva, anche nel senso che definisce, confina in un modello artificialmente predeterminato. Noi insieme è la declinazione della quarta persona singolare e plurale in ogni comportamento collettivo che si dissocia dalla condizione manicheo-morale dell’identità scegliendo quella relativo-etica dell’appartenenza. Intuisco che sia ancora poco chiara la differenza che ho scelto di frapporre a due concetti che spesso coincidono: Morale ed Etica. Per essere esplicito, riassumo l'esempio di Bauman in Società, etica, politica.2 L'uomo di Rousseau è per natura buono, l'uomo di Hobbes è cattivo, l'uomo di Bauman, quello che mi convince maggiormente, è sociale: né buono né cattivo. Da questa conclusione qualcuno potrebbe derivare che l'uomo è quindi morale per natura. Ed io resto inappagato da una tale semplificazione: la socialità è istintiva, animale, una dote funzionale alla difesa della specie; la moralità una sovrastruttura organizzativa. Da agnostico non posso accettare che esista un pensiero umano per natura che possa anticiparne la formulazione culturale. Sarebbe rischiosamente vicino ai concetti di assoluto e trascendente. Sono più portato ad ipotizzare un pensiero immanente che non possa precedere l'uomo: prima dell'esistenza dell'essere non può formularsi pensiero. A queste condizioni, il pensiero morale si indirizza alla sistematizzazione della socialità e, nella sua peggiore applicazione, ha quindi una funzionalità concreta nella gestione del Sistema di potere, essendo mater certa di ogni integralismo. Ora ritorno a Bauman per adottarne il geniale indizio che utilizza per rivestire l'Etica della sua capacità fondamentale: quella che consente all'uomo il poter dire no. La scelta, il libero arbitrio, la possibilità di selezionare fra le alternative, sono le costituenti dell'esistenza umana e della formazione della propria Etica, che, nell’idea 2 Zygmunt Bauman, Società, etica, politica. Raffaello Cortina, Milano 2002. che mi sono formato, non viene da un dogma assoluto e contiene in sé la coscienza di avere sempre possibilità di modificarsi, perfezionarsi nel percorso. Non ha regole date. Quando le crea, può accettarle solo come regole di passaggio, temporanee stratificazioni che preparano allo stadio successivo di coscienza, dove si dissolveranno creando le basi dei comportamenti concreti. La volontà che la alimenta è consapevole nell’organizzare le proprie tensioni quanto è distante dall'ego nel testimoniarle. Ad essa ci si accosta per scelta di appartenenza. Ed è solo così che procediamo: prendendo parte, restando partigiani, appartenendo.

ALBERTO MASALA (Introduzione a Geometrie di Libertà - Il Maestrale)
www.albertmasala.com
http://www.edizionimaestrale.com/

4 commenti:

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  2. Grazie, Marco.
    Sei molto caro a voler dare peso a queste mie parole.
    In fondo sono le cose che pensiamo tutti, e, se un merito c'è, qui ho solo cercato di sistematizzarle...
    Ma pensi davvero che qualcuno le legga? Ho i miei dubbi: Infatti è da circa trent'anni che dico queste cose, le scrivo, cerco di praticarle, e non ho visto altro che un peggioramento progressivo e sempre più rapido - anche della mia stessa condizione personale - ma come tutti, certo...
    Sono qui. Qui rimango, nonostante l'età mi tolga sempre più forze e possibilità e proceda lo scoramento...
    Ma andiamo avanti.
    Grazie ancora e ti abbraccio
    a.

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    1. Io le leggo le ho lette e le faccio leggere...e la sistematizzazione serve a renderle teoria. A noi farne una pratica

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    2. Io le leggo le ho lette e le faccio leggere...e la sistematizzazione serve a renderle teoria. A noi farne una pratica

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