mercoledì 1 giugno 2016

NAUSEA - Gianni Console - Non linguaggio e futuro



 Avere partecipato al Clockstop Festival a Noci in Maggio ha garantito un notevole numero di riflessioni. La prima in assoluto riguarda il linguaggio.
La musica improvvisata tutela la sua esistenza in una sorta di non luogo essendo essa stessa un non linguaggio. La pratica di questa arte è simile alla pratica della spada. Concentrazione, silenzio, svuotamento dei pensieri ed il suono diviene tutto. Il rischio che è sempre dietro la porta è lo scollegamento con la realtà effettuale, quella fatta di cause ed effetti, di relazioni e significati. realtà che necessità una partecipazione ed un vincolo.
La riflessione è su come un non linguaggio possa in qualche modo dare gli stimoli necessari ad una simbologia di trasformazione. Purtroppo dietro una facciata di condivisione, apertura e relazioni si nasconde spesso una necessità egotica di presenza, una manifestazione del proprio io, scevro da collegamenti ma nella sua forma più nuda e terribile.
Un linguaggio può e deve essere veicolo simbolico di trasformazione, e per essere questo deve darsi dei confini in cui poter vivere nel conflitto. Conflitto che diviene azione creativa e rivoluzionaria.
Per cui come può un "non linguaggio" essere questo?
La risposta convincente che da Gianni Console è la pianificazione strutturale, in un album in solitaria con massiccio uso di elettronica e la voce lacerata dei suoi sax.
Il concept di NAUSEA è quanto di più marmoreo si possa immaginare. Una sorta di specchio in cui interrogarsi sul male di esistere contemporaneo. E se questo spleen nel romanticismo veniva magistralmente descritto dilatando i tempi di narrazione esplodendoli in un flusso di coscienza contnuo, qui il tutto viene filtrato dalla psicosi, dalla patologia, dal male chimico dei nostri giorni.
Il risultato è deviante, ma potentissimo. e se strumentalmente i richiami si fanno evidenti in quel tipaccio di Peter Brotzmann, non mancano oasi di quiete lisergica in cui affogare il nostro malessere. E quelle note di blues lasciate andare così nel deserto dei feedback sono inquietanti quanto le stesse adagiate sui suoni archetipici di Julius Hemphill.
Un non linguaggio che si fa costruzione, narrazione e conflitto. Una possibile strategia, dai risultati ancora tutti da esplorare.
Vivamente consigliato (per quel che vale) , ma soprattutto ancora una volta lontano dai riflettori, l'arte resiste di urgenza. E questo è un bene assoluto.
Marco Colonna

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