giovedì 22 settembre 2016

IN APNEA





Torno a scrivere, dopo una pausa lunga in cui lo scrivere non era certo la cosa che più cercavo. Condivido con voi l'esperimento di  scrivere mentre ascolto un lavoro di quattro musicisti che conosco bene. Fred Casaderi , Stefano Giust, Luciano Caruso e Ivan Pilat.
Il titolo del disco mi ha suggerito questa sorta di esperimento, e vuoi per sottoscrivere la non recensione e vuoi perchè così mi obbligo ad ascoltare intensamente e chiudere di fuori il Mondo che mai come ora non sembra essere molto educato.
L'archettato di Fred apre il disco , che meraviglia di suono che ha quel ragazzo...Immagino la terra riarsa dal sole, quasi polverosa fra le sue corde...Subito la batteria dichiara una mobilità estrema, con attacco decisivo e perentorio, che crea la struttura su cui poi compare prima il soprano di Caruso seguito come ombra inquietante dal baritono di Ivan Pilat. Ha una caratteristica acquatica questa apertura, tesa ma mobile, si infrange sulle rocce del pizzicato di Casadei che spinge l'intensità in alto, trasforma il brano in un urbana improvvisazione che si squarcia nel solo del baritono. La batteria continua a pulsare mobile e frenetica, ma ancorata al beat come se fosse un respiro necessario.
Il contrabbasso richiama ordine con un ostinato a bicordi...e l'aria entra nel brano invocando quiete, e da questa quiete che scaturiscono i fraseggi di Luciano Caruso, mantenendo angolarità raccolta dalle bacchette di Giust. Si agglomera l'energia sotto il leading del soprano. Lo slap tongue del baritono entra in collisione con la batteria e la cavata del contrabbasso è polo di attrazione forte a cui tutti tentano di resistere, fino ad un sipario in duo dei fiati . In cui multifonici e voce aprono lo spazio per il contrabbasso che si è trasformato in bendhir e i piatti di Giust creano ancora una volta lo spazio di una transizione verso il colpo finale di gong.
Gong che apre il secondo brano come se non ci fosse interruzione (e probabilmente non c'è stata) ...Tutto il mediterraneo di Fred Casadei compare sulla scena con il bordone grave lasciato risuonare e le melodie disegnano volute arcaiche. Rimane solo a cantare....E come specchi i piatti entrano nello spazio sonoro. Il soprano trasforma l'intuizione del contrabbasso spostando tutto su interpolazioni lontanissime dal messaggio iniziale. Quasi come in una lotta contrabbasso e soprano avanzano a ricercare una sintesi. Questo movimento monta di energia e tensione grazie alla batteria che divide frammenta polverizza il tempo. Ci siamo allontanati dal mediterraneo direi...siamo arrivati più alle esplorazioni di una certa cultura americana. Non c'è energia antica, ma ricerca di una soluzione. Vociferano  i quattro a lle prese con uno sghembo walkin' di basso....La soluzione è di nuovo la stasi...l'ostinato del basso, la batteria che allarga le sue divisioni, il soprano che getta note lunghe a richiamare anche il baritono....E all'improvviso ci si ritrova in una stanza dei giocattoli, dove il tempo assume una dimensione quasi grottesca ed il baritono con i suoi scoppiettìi e alterazioni timbriche è al centro della scena....IL grottesco diviene inquietudine...Ribattuti arano il suono...Gli armonici del contrabbasso sprofondano e risalgono verso l'aria. Di nuovo la batteria costruisce la rete in cui cercare di definire il tutto...Finisce con un fade out...
Sono i due fiati ad aprire la scena del terzo brano. Insistenza del soprano su intervalli ampli sui tremoli del baritono. Insieme la ritmica entra e trasforma tutto in una rutilante macchina il cui movimento mi fa pensare alle navi volanti di Myazaki. Un meccanismo magico, rumoristico e affascinante. I timbri della batteria risuonano di armonici e di metalli che emergono dal suono delle pelli, del rullante senza cordiera, il contrabbasso anima lo spazio e dopo un intervento del baritono ecco che rimangono da soli. Ma la batteria questa volta canta. Sembra un Gamelan passato alla pressa, e ancora una volta angoli di melodie vengono proposti dal soprano. Troppo forte la distanza fra i due, cede la batteria...Che apre sui piatti e flirta con i bicordi del contrabbasso, compare un movimento armonico, due poli che risolvono sulle singole note gravi. Il soprano si è preso la scena. Quanto controllo delle idee...Il suono è plastico, seguendo percorsi a crome immaginarie. Melodicamente c'è un profondo lavoro di variazione di una matrice, che cambia quando la batteria lo stimola all'imitazione, ma torna dichiarando la necessità di affermare , di dire cosa si è. Immagino che i vari brani appartengano ad un unica seduta di improvvisazione. I materiali sono simili nello scorrere del tempo. Ma adesso che entra il baritono di nuovo si ha l'impressione di energia di una tensione verso l'alto (non spiritualmente, ma proprio come un indicatore v meter quando schizza verso il rosso) Il baritono raccoglie l'energia e accumula frenesia e suono lacerante. Effetto deja vu...Ho già ascoltato questa situazione.....Ma so che improvvisare necessita schemi di architettura.. Voluti o no , cercati o meno, compaiono a definire la musica stessa. E creano quel valore, quella chiave di accessibilità, basata sul riconoscimento psicologico del suono. Si è aperta la quarta traccia sulle ceneri della precedente. Qui il contrabbasso spinge potentemente verso un walkin' e la batteria frammenta mentre il soprano evolve le idee precedenti. Frammenti di pentatoniche nella melodia improvvisata dal soprano. Che prende con autorità il suo spazio. Il contrabbasso è diventato quasi cavalcante. Quasi si riconosce Solar fra i fraseggi del soprano, e quasi frammenti di giri armonici, intervalli sepolti nella memoria. Rimangono in duo il soprano e la batteria. Di nuovo si accende una battaglia fra le due idee proposte. C'è assolutamente comunione ora, lo sviluppo è compiuto. Il senso di costruzione dei tamburi, la variazione continua di accenti e posizione delle figure. Quasi come un ombra compare anche Monk nelle note del soprano per il capitolare del pezzo.
Ultima traccia, la quinta, che si apre con il contrabbasso di Fred Casadei.Qui il suo modo di articolare le note è jazz...mi ricorda gli interludi di A LOVE SUPREME. Che bello sentire qualcuno che tossisce!!! Adoro le registrazioni fatte per la musica, che non hanno bisogno di un suono di plastica e perfetto per comunicare quello che sono....Di nuovo trio, con il soprano lead. L'acquaticità ritorna . E di nuovo il rigore della variazione. Del soprano della batteria...più aereo il contrabbasso che propone, si ritira, avanza e si ritrae, pronto a raccogliere i segnali lasciati dagli altri due.
Rimangono in trio a a costruire e a far impennare la pressione sonora...ma improvvisamente c'è un alternanza. Il soprano si ritira e lasca spazio al baritono che non fa mancare il suo grido lacerato. Che innesca la batteria...E' un crescendo emozionante di alcuni minuti gestito con capacità...Il contrabbasso che aveva declinato aprendo ritmicamente ed in questo modo costruendo una cornice ampia catalizza l'attenzione degli altri e diviene da cornice colonna vertebrale del brano. Quasi liquefatto il suono avanza e rallenta, diminuisce di dinamica fino all'ultimo colpo, sul piatto, plastico e risolutivo.
Finisce così l'ascolto.
Un momento fermato per l'ascolto. E alla fine mi viene da pensare ad una frase del poeta Alberto Masala che mi riporta al titolo del disco.
NON COLTIVIAMO UN SOGNO.....IN APNEA LO SIAMO

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