venerdì 3 novembre 2017

Antonello Salis Solo. Parallele incidenti.

Torno a scrivere su queste pagine, perchè l'esperienza vissuta ieri sera è una di quelle cose che uno vorrebbe in qualche modo fermare, rendere plastiche per poterle osservare con calma da tutti i lati possibili. Ammirarne la forma, la sostanza, l'odore ed il colore.
Ma è possibile rendere plastica un'emozione? E' possibile fermare la percezione e renderla fruibile a posteriori. Ieri sera ho assistito ad un concerto in solo di Antonello Salis. Non è questo il luogo per presentare un musicista che rappresenta un unicum inarrivabile di indipendenza, gioco e tecnica. un artista che, come giustamente segnalava la presentazione del concerto di ieri sera, possiede i suoi strumenti in maniera corporea, fisica e visionaria. Per cui invito ad ascoltare in una non sterminata discografia gli esempi della sua grandezza.
Ieri sera era solo. Fra pianoforte (e le sue preparazioni su cui si potrebbe scrivere un trattatello di utilizzo di materiale semplice ed avere risultati incredibili dal punto di vista del suono, pentole, padelle fino ad una scatola oversize di tonno Callipo, e qui la marca è necessaria perchè so per certo che Antonello stima l'imprenditore per la sua condotta di denuncia contro le mafie e la malapolitica di questo Paese), fisarmonica e percussioni.
Il concerto ha aperto le porte di una visione. Una scatola dei giochi, dove presente, passato e un'ipotesi di futuro si affaccendavano in eterno conflitto. Quella messa in scena dalla musica di Antonello è una guerra. Un combattimento , un processo di costruzione e distruzione continua. Esplodono cellule di melodie, storie antiche di rock, canzone, iconoclaste uscite free (che in quel contesto semantico mantengono tutta la forza espressiva di smaterializzazione dell'idea, del preconcetto ) energia violenta e impagabile. Per certi versi inarrivabile. Ho avuto l'impressione che anche il pubblico non riuscisse ad afferrarla per quanto la godibilità del gesto metteva al riparo da tanta dirompenza. Il fischio che accompagna la melodia del registro acuto mentre la mano sinistra sul pianoforte danza perdendo i suoi confini visivi, impercettibile, il sudore che trasformava il colore della celeberrima bandana (per l'occasione bianca...) e la postura. La postura, il gesto controllato e non artefatto. Niente spettacolo dentro la scelta delle soluzioni. Solo necessità. Solo concentrazione.
Tutto rimane fuori nello sfinimento del mantice della fisarmonica, in quel sincronismo corpo-apertura-chiusura, quel gesto violento del collo, quel canto che accompagna il labirinto di possibili scelte musicali a racconto di una storia interiore che appare pura, necessaria, infinita.
Mondi distanti nelle citazioni e nei materiali. Ed uno spirito antico, una verità essenziale, quasi naturale e istintiva. Una potenza incredibile. Rette parallele quindi, il gusto della citazione, popolare o colta che sia, e il proprio istinto. La conoscenza e lo spirito che per una volta si incontrano deflagrando un gran concerto. Una grande esperienza da uno dei musicisti più incredibili che si abbia la fortuna di incontrare.

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